Danneggiamenti

Degrado, vandalismo e incuria a Villa Pamphilj, polmone verde della Capitale

La visita a Villa Pamphilj in un caldo mercoledì di luglio ha inizio dall’entrata su Largo 3 giugno 1849, nel triangolo di terreno compreso tra la via Aurelia Antica e via di San Pancrazio

Adriana Angelini, dell’Associazione per Villa Pamphilj, aspetta accanto all’Arco dei Quattro Venti, edificato laddove sorgeva il Casino omonimo danneggiato dalle battaglie garibaldine. Già qualche anno fa, le condizioni in cui versava il monumento, le cui pareti interne ospitano specialmente resti di sarcofagi, erano disastrose. Ebbene, quelle infiltrazioni all’epoca osservate con sconcerto, sono attualmente molto più estese, provocando ormai danni piuttosto ampi, tanto da necessitare l’intervento con nastri di chiusura da parte della Polizia Municipale. Un peccato, considerando il suo valore storico e funzionale per la presenza di alcuni ambienti interni che potrebbero essere utilizzati.

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Si prosegue il cammino. Dopo pochi passi, ecco emergere dall’erba alta una “montagnola” in cemento: è uno degli ingressi (chiusi) agli ambienti ipogei collocati sotto la villa Doria Pamphilj, in particolare quello danneggiato agli inizi di giugno e segnalato più volte dall’Associazione. Si vedono chiaramente i segni dello sfondamento, effettuato tramite picconate, e alcune scritte vandaliche. Non ci sono più i pannelli in compensato sui quali i “misteriosi esploratori” avevano esposto i loro confusi pensieri, sostituiti da una grata ben fissata, tuttavia non sufficientemente sicura per preservare l’ingresso da animali selvatici e, soprattutto, da eventuali altri curiosi.

Più avanti il terreno ha ceduto ed è stato transennato, in maniera non idonea, specialmente considerando l’elevata percentuale di bambini che giocano spesso all’interno della villa, ignari dei pericoli. Forse è crollata la volta di uno dei diverticoli sotterranei, ma è difficile provvedere se non si procede con uno studio sistematico delle preesistenze.

Di ingressi simili a quello esaminato all’interno della villa ne esistono, infatti, almeno altri due – individuati grazie all’aiuto di Adriana e alla pianta archeologica pubblicata da Angelo Silvagni nel 1932 (La topografia cimiteriale della via Aurelia ed un’inedita epigrafe storia frammentaria del cimitero dei SS. Processo e Martiniano, in Rivista di Archeologia Cristiana 9, 1932, pp. 103-118)  – di cui uno completamente murato nei pressi del Monumento ai Caduti Francesi e un altro, invece, protetto da un pesante cancello in ferro, totalmente arrugginito, da dove si scorge una scalinata in discesa ricoperta da rifiuti di ogni genere. La domanda che è forse spontaneo porsi, da archeologi e non, è la seguente: se uno studioso volesse riprendere le analisi ferme agli anni Ottanta del secolo scorso, come potrebbe fare trovando ingressi murati o completamente inaccessibili? Si evidenzia così un altro tassello fuori posto nel mondo della tutela: le ricerche sembrano non poter procedere, se alcuni luoghi vengono abbandonati a se stessi, cementati o chiusi in maniera inappropriata, divenendo vittima di atti vandalici, oltre a luogo di riparo per sbandati.

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Poco oltre, ecco la biblioteca, installata all’interno del Villino Corsini, anche questa nel degrado: la facciata mostra evidenti segni di cedimento e distacchi di intonaco. Probabilmente, però, i restauri qui inizieranno davvero e questo fatto appare almeno rassicurante.

Costeggiando l’acquedotto Traiano-Paolo in direzione dell’ancora distante entrata sull’Aurelia Antica, si susseguono situazioni imbarazzanti: un portale non esiste più, ormai già da un anno, quando un albero crollò su di esso e le varie parti giacciono a terra, ammonticchiate, insieme a nastri rossi segnalatori.

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Il cancello è appoggiato all’interno della Villa Vecchia, spazio museale aperto – da quanto riporta il sito – solo in occasioni di particolari esposizioni. E anche quest’ultimo fatto lascia un po’ dubbiosi: un museo, che potrebbe essere una bella attrazione all’interno della villa, è praticamente sempre chiuso e non c’è modo di contattare nessuno in loco (i vari cancelli non sono provvisti di campanelli o di riferimenti).

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Davanti al Casino del Bel Respiro – unico luogo veramente curato – si erge la magnifica fontana del Cupido, se non fosse che le sue acque sono verdognole, gli elementi scultorei danneggiati e, ormai da tempo, non esiste più la statua del puttino in cima (sono rimasti solo i piedi). Purtroppo la vasca è anche luogo di ristoro dalla calura estiva per le persone che si gettano al suo interno e per i cani.

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Poco più in là il Giardino del Teatro è incolto e la copia di una statua maschile centrale sembra volgere volontariamente le spalle al degrado ampiamente visibile all’interno dell’emiciclo (spazio, anche in questo caso, chiuso e abbandonato).

Lo sconforto è crescente. Le statue e i basamenti, pur essendo copie, sono vandalizzati; l’erba non è curata, i cespugli di bosso sono ormai secchi e irrecuperabili; manca ogni tipo di servizio (il casotto dei bagni, ad esempio, esiste vicino l’entrata sulla via Aurelia Antica, ma per problemi tecnici non è mai stato aperto); le panchine sono rotte… e dall’altra parte della strada, il proprietario del terreno ha deciso di chiudere una delle più belle visuali sulla Cupola, ritratta anche in alcune celebri vedute dipinte.

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Si giunge così al Monumento ai Caduti Francesi. Anche questo mostra segni di cedimento strutturale al basamento. È stato transennato da una parte con una griglia e dall’altra con semplici nastri che le persone oltrepassano per portare i fiori alla statua della Madonna, a loro rischio e pericolo.

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Di fronte, le strutture delle serre sono in completo stato di abbandono, ma non è tutto. Pur essendo uno spettacolo che tende ad evocare quel senso di sublime, la Fontana del Giglio si presenta in forte stato di degrado. Ormai su di essa cresce rigoglioso il muschio insieme alle alghe e al papiro. La cima, da cui sgorga un timido spruzzo d’acqua, è ormai un vago ricordo sepolto da una massa verde scura. Si percepisce il rischio di vedere parte della fontana spezzarsi sotto il forte peso.

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Poco distante la Fontana della Lumaca non presenta più, già da qualche tempo, la conchiglia, mostrandosi totalmente incompleta.

Il sentiero che conduce alla via Olimpica, lasciando sulla sinistra le altre serre, sgomberate già una volta da abitanti abusivi, è sovrastato dall’arco marmoreo, ora ricoperto da scritte di ogni colore. I vandali si divertono a imbrattare la storia, indisturbati.

La ricognizione in villa termina qui, mentre Adriana prosegue la sua passeggiata. La sensazione di amarezza è molto forte. Villa Pamphilj, uno dei polmoni verdi della Capitale, dovrebbe essere un vanto, con erba curata e fontane pulite, servizi funzionanti, un museo aperto, un presidio medico e uno di polizia per garantire la sicurezza che, purtroppo, scarseggia. Eppure la realtà è ben diversa, quando ad accogliere i romani vi è un luogo abbandonato, che echeggia momenti migliori, nella speranza che qualcuno si ricordi della grande ricchezza culturale e paesaggistica che stiamo rapidamente perdendo.

Si ringrazia Adriana Angelini dell’Associazione per Villa Pamphilj.

Le foto sono di Cristina Cumbo