Le interviste

«Pescatori di pesce, non di anfore»

Il 23 gennaio 2018 alla presentazione del libro “Archeologia Subacquea. Storia, organizzazione, tecnica e ricerca” (a cura di D. Gandolfi) tenutasi a Macerata, presso una sede dell’Università, il funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Marche, dott. Stefano Finocchi, con un intervento dal titolo “Archeologia subacquea nelle Marche. Ricerche in mare e sul mare”,  parlava delle attività riguardanti la costa marchigiana

 

Le Marche, con una linea di costa che si aggira intorno ai 180 km di lunghezza, sono interessate da scavi subacquei dal 1989. Oggi, il piano di gestione integrato delle aree costiere permette di controllare un litorale in cui, almeno fino al Rinascimento, vi erano numerosi approdi fluviali e lagunari. Considerato questo, non è difficile immaginare come, anche nelle immediate vicinanze dell’attuale linea di costa, la pesca a strascico rischi di stravolgere la stratificazione archeologica sottomarina.

Qual è il rapporto tra chi esce in mare per lavoro e il patrimonio culturale sommerso? Esiste una ricerca sistematica e criminale o è semplicemente il caso a scegliere che una notte, durante le attività di pesca, qualcosa s’incagli tra le reti? Vi è un mercato nero alimentato dall’attività di pesca?

Per rispondere a questi interrogativi si è reso indispensabile parlare direttamente con i pescatori. Il porto di riferimento è stato quello di Ancona, capoluogo delle Marche e sicuro approdo costiero da più di 2.400 anni.

 

Pescherecci

Il porto di Ancona

 

Le domande sono state rivolte inizialmente a un conoscente ed ex pescatore. Ex, per destino, poiché il peschereccio di sua proprietà è affondato circa quindici anni fa per un incidente nel porto.

La prima questione da affrontare: se e quanto frequentemente capita di trovare reperti archeologici tra il pescato. Dopo aver precisato come il fondale della costa anconetana sia estremamente variabile, sabbioso/fangoso nei primi chilometri e roccioso più a largo, il nostro ex pescatore ci ha spiegato brevemente come è cambiata l’attività negli ultimi anni: prima dell’avvento della tecnologia, era più facile trovare qualcosa di inaspettato.

Oggi, con le strumentazioni di bordo dotate di GPS, i relitti noti sono segnalati e, se non si vuole rischiare di rompere le reti, ci si tiene alla larga (nonostante la presenza di relitti sia anche un indizio della presenza di pesce). In seguito a queste, forse necessarie, informazioni di base ha iniziato a raccontare le sue esperienze con le tine (in dialetto, le anfore).

Una prima differenza, che suonerà strana a chi tratta di archeologia, sta proprio nel dare maggior valore a un’anfora con incrostazioni, proveniente quindi da un fondale roccioso, piuttosto che a quelle provenienti da un fondale sabbioso/fangoso e quindi con le pareti pulite.

Tornati a terra, non potendole esporre, si cercava di dare un valore ai singoli reperti in modo da piazzarle a qualche collezionista. L’intermediario poteva essere un grossista o un pescivendolo con clienti facoltosi e interessati a questo tipo di affari.

Ma quale poteva essere il ricavato dalla vendita di anfore o beni archeologici? Il guadagno, una tantum e non mirato all’arricchimento, era un «risarcimento per le reti rovinate o altri danni subiti dall’imbarcazione». Riuscire a vendere un reperto proveniente dall’attività di pesca era anche «togliersi un peso», poiché si era coscienti dei problemi che si potevano avere.

Per quanto riguarda i «grandi pescati di cose antiche», l’ex pescatore ha riferito di colleghi che si erano ritrovati nelle reti 17-18 anfore.

I reperti portati a terra venivano depositati temporaneamente nei magazzini, subendo a seconda della fattura, due possibili sorti. Il giorno dopo, infatti, potevano essere ritrovate completamente sbriciolate oppure integre. Questo, secondo il pescatore, era dovuto al trattamento che l’anfora aveva subito: se legata al trasporto di liquidi erano state trattate in modo tale da risultare più resistenti, diversamente da quelle per il trasporto di grano o altre derrate che si frantumavano più facilmente.

L’informazione data in merito al fatto che le tine potevano risultare «una cosa gradita» da regalare a un professionista, un dottore ad esempio, è arrivata nel 2016, quando un’operazione del nucleo TPC di Ancona ha portato alla scoperta di 4 anfore di I e II sec. d.C. nelle sedi dell’INRCA (Istituto Nazionale Ricovero e Cura Anziani) del capoluogo marchigiano.

 

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Una delle anfore romane sequestrate all’INRCA di Ancona (credits: G. Milzi)

 

Questo primo incontro si è concluso con due concetti base:

  1. Non esisteva nessun mercato nero alimentato appositamente, ma solo un mercato legato all’eventualità, alla casualità e alla necessità di riparare i danni causati dalle anfore;
  2. «Il pescatore è un pescatore di pesce e non di anfore».

Dopo aver avuto questo primo spaccato su un mondo forse troppo poco indagato, le ricerche si sono spostate direttamente al porto un venerdì pomeriggio, per non infastidire i pescatori al momento dello sbarco del pesce, che avviene solitamente il giovedì.

Le domande rivolte alle quattro persone incontrate (un comandante, un proprietario, un marinaio ed ex proprietario e un guardiano) sono state più o meno le stesse rivolte al nostro pescatore in precedenza:

  1. Capita di riportare a terra anfore o reperti archeologici?
  2. Se sì, che fine fanno?

Anagraficamente, i primi tre potrebbero essere definiti coetanei e con un consistente bagaglio di esperienza in mare, mentre l’ultimo probabilmente meno.

Il comandante, il proprietario e il marinaio hanno parlato, con margini di differenza non troppo ampi, di almeno un decennio senza vedere anfore sbarcate. Il dato sembrava rincuorante se non fosse che l’ultimo intervistato ha sostenuto che ancora una o due tine annue «si pescano». Questi, un ragazzo sulla trentina, ha affermato anche di aver avuto a casa un’anfora con una sola ansa e con iscrizione, purtroppo in seguito distrutta.

Per quanto riguarda gli altri tre, le informazioni sono state pressoché concordanti.

Le reti a strascico «arano sotto» e, nel caso in cui il relitto o i reperti si trovino molto interrati, prima o poi, se l’area continua a essere battuta, si ritroveranno tra il pescato.

Oggi, che non si usano più i radar, i relitti e le aree a rischio sono ben localizzate e quindi sono diminuite le saccate di anfore. Uno di loro, infatti, il comandante, ha parlato di quando ne sono state pescate, circa 15, anche se tutte frammentarie.

Il destino dei reperti pescati, confermato da tutti e quattro gli interlocutori, poteva essere di tre tipi: sono stati venduti («lo sai che fine fanno, è normale, no?!»), regalati o tenuti per ricordo “come trofeo”.

Per terminare, la chicca, se così può essere definita (anche se meriterebbe un lungo pianto), fu raccontata dal marinaio ed ex proprietario di un peschereccio. Circa 40 anni fa, quando lavorava con suo padre, la barca pescò un’anfora con ancora il tappo ben sigillato: «Quando è così pensi che dentro c’è il tesoro». La conseguenza logica fu prendere un coltellino e, lentamente, rompere ciò che rendeva ermetica quell’anfora. Il contenuto era un vino rosé non annacquato né inacidito, mentre sul fondo vi erano ancora «i semi dell’uva».

Detto ciò, nessuno avrebbe saputo a chi rivolgersi nel caso avessero voluto vendere qualcosa non esistendo all’epoca un mercato nero di reperti archeologici.

Il campione intervistato, forse troppo piccolo, permette comunque di ipotizzare la reale assenza di un mercato nero e di aver chiare le dinamiche dei momenti in cui “i pescatori di pesce” issano a bordo anche altro.

Il principale nostro stupore è stato quello relativo alla disponibilità di tutti e cinque i personaggi intervistati a rispondere a domande che potevano sembrare scomode.

L’argomento merita certamente un approfondimento anche e soprattutto per gli altri porti della regione.