scavi clandestini

Identikit di un mito (prima parte)

“Roma, 23 febbraio 1994. I carabinieri l’avevano soprannominata ‘Operazione Giunone’. Il successo è arrivato dopo due anni di indagini: gli 007 dell’arte hanno riportato in Italia la Triade capitolina (…). È un recupero che gli storici hanno definito sensazionale”. Un importante quotidiano nazionale annunciava così il ritrovamento più straordinario della mia storia di investigatore dell’allora Nucleo Tutela Patrimonio Artistico

 

 

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Rassegna stampa estratta dal volume a fumetti All’inseguimento della Triade Capitolina

Lavorare nel mondo dell’arte era il mio sogno fin da bambino e, dopo dieci anni nell’Arma dei Carabinieri, nel 1992 ero approdato al Reparto dove avrei potuto finalmente realizzarlo. Il benvenuto me lo diede il Colonnello Roberto Conforti, che sarebbe stato non solo il mio Comandante ma un vero padre, capace di avere un’istintiva fiducia in me, giovane sottufficiale appena trasferito a Roma, mentre agli occhi dei miei nuovi colleghi ero solo un novellino. In effetti il cosiddetto colpo di fortuna del novellino arrivò con una telefonata in Caserma a cui risposi quasi per caso. Era il Comandante della stazione dei Carabinieri di Castel di Guido…

La tenuta dell’Inviolata, nei pressi di Guidonia e a pochi chilometri dalla Città Eterna, aveva l’aspetto tipico della campagna romana, con antiche rovine che spuntavano un po’ ovunque nella macchia mediterranea. Oggi è un parco archeologico a ridosso di una discarica, ma questa è un’altra storia. Ma soprattutto, dagli anni ’70, era la mèta prediletta di una delle più spregiudicate bande di tombaroli mai conosciuta. Anche quel pomeriggio tre di loro, armati di ruspa, erano alle prese con uno scavo clandestino. Uno dei tanti che, anno dopo anno, impoveriva sempre di più l’inestimabile patrimonio archeologico della zona. Impossibile confondere con qualcun altro il tipo corpulento con l’aria da guascone che stava sorvegliando l’andamento dei lavori. Era Pietro Casasanta, il “Re dei Tombaroli”, titolo che si era guadagnato addirittura dal “Wall Street Journal” scavando illegalmente reperti preziosi per 55 anni nella campagna lì intorno. La conosceva palmo a palmo perché era il posto dove andava a passeggiare con suo nonno, un contadino analfabeta capace però di recitare l’Eneide a memoria. A Casasanta piaceva spendere in gioco d’azzardo e auto di lusso il denaro intascato con i suoi traffici illeciti, per questo nel suo ambiente si era fatto la fama di spaccone e gaudente. Poteva perfino permettersi di pagare contadini e mezzadri che lavoravano nella zona dell’Inviolata per tenere la bocca chiusa sulle sue attività, spesso svolte in pieno giorno. Come, appunto, quel pomeriggio. Casasanta e i suoi complici, Moreno De Angelis e Carlo Alberto Chiozzi, avevano individuato un’antica struttura muraria romana interrata, senza riuscire a capire se si trattasse di una villa patrizia, oppure di un tempio. Trovarono parecchi pezzi, ma si trattava di frammenti, roba di poco conto. Stavano per tornarsene a casa col bottino della giornata, quando Moreno – detto Mani d’oro per la delicatezza con cui manovrava la ruspa – affondò un’ultima volta la benna nel terreno. Casasanta, guidato dal suo eccezionale intuito, notò che qualcosa affiorava dal terreno smosso e subito ordinò a Moreno di bloccare la ruspa, poi si gettò sul reperto scansando freneticamente a mani nude il terriccio che lo avvolgeva. Venne alla luce una testa di marmo. Subito dopo un’altra… ma di certo il tombarolo non si aspettava di tirarne fuori anche una terza: le tre figure marmoree, incredibilmente quasi intatte, erano sedute insieme su una specie di trono… Casasanta ne aveva scovate a decine di grandissimo valore – tra le quali anche la meravigliosa Vibia Sabina, come mi rivelò in seguito – eppure stavolta si mise a ridere e piangere insieme, esultando come un ragazzino. Ci aveva visto giusto. Aveva trovato un’opera mitica, una specie di araba fenice di cui tutti parlavano ma che nessuno aveva mai visto finora: la cosiddetta Triade Capitolina. Ovvero l’unica opera scultorea al mondo che riproduce le tre grandi figure di Giove, Giunone e Minerva – potenti divinità protettrici di Roma e dell’Impero – custodite a quei tempi nel mitico tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio. Tra le rare raffigurazioni della Triade Capitolina di età repubblicana era noto un denario di Gn. Cornelio Balsio del 99a.C. , un bronzetto di età neroniana conservato al Museo Nazionale di Napoli, alcune monete dell’epoca di Traiano, Adriano e Antonino Pio. Tra le rappresentazioni della Triade una delle più note era quella del rilievo dell’Arco di Traiano a Benevento dove le tre divinità sono in piedi. Altre rare raffigurazioni erano quasi sconosciute.

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La Triade Capitolina dell’Inviolata subito dopo il recupero

Casasanta fece vedere le polaroid del reperto ad un mercante d’arte di grande esperienza, Edoardo Almagià, ricco imprenditore con amicizie altolocate tra Roma e New York. Questi tuttavia, che sapeva quanto il tombarolo fosse sbruffone, si mostrò dubbioso riguardo a quel ritrovamento. Si sbagliava. Casasanta, che sapeva il fatto suo, era invece convinto di aver fatto una scoperta eccezionale. Decise che avrebbe gestito l’affare senza intermediari e questa volta i mercanti d’arte importanti, che l’avevano sempre guardato dall’alto in basso, avrebbero dovuto ricredersi. Tra loro c’era Mario Bruno, abile trafficante internazionale con base in un prestigioso negozio di antiquariato a Lugano, in Svizzera. Bruno, fiutato il lucroso affare, mise Casasanta in contatto con il proprietario di una delle più ricche collezioni private di arte antica – di provenienza non sempre pulita – del mondo. Per una rarità come quella, il facoltoso collezionista era disposto a pagare cinque miliardi di vecchie lire, ovvero più di due milioni e mezzo di euro. Una cifra da capogiro. La Triade, che fino a quel momento era rimasta nascosta nei magazzini del corriere “Speed International”, passò il confine con la Svizzera a bordo dell’anonimo furgone di due contrabbandieri sul libro paga di Casasanta, Ermenegildo Foroni e Sergio Rossi, soprannominati Scotch e Whisky.

Sarebbe filato tutto liscio se Moreno e Carlo non avessero deciso di complicare la vita al loro capo. Nell’ambiente dei tombaroli infatti girava voce che Casasanta avesse ricavato un mucchio di soldi dalla vendita di un misterioso reperto, scavato da poco. Moreno e Carlo sapevano bene di quale reperto si trattava. Malgrado avessero ricevuto 100 milioni di lire a testa, tornarono alla carica con Casasanta per ottenere un bel po’ di soldi in più. Peccato che lui non avesse nessuna intenzione di sborsarli e quando Moreno lo minacciò di andare dai carabinieri a raccontare tutto, Casasanta gli rise in faccia: con una mossa del genere si sarebbe messo nei guai anche lui! Per spaventarlo, Moreno andò davvero dai Carabinieri di Castel di Guido e raccontò del reperto trovato all’Inviolata al Comandante della Stazione, che drizzate le antenne, chiamò i colleghi del Tutela Patrimonio Artistico di Roma. Quella telefonata la presi io, il novellino.

Mi precipitai letteralmente sul posto, incuriosito dalla descrizione approssimativa e confusa fatta da Moreno: tre statue di marmo, di cui una quasi sicuramente raffigurava Giunone, sedute una vicino all’altra sulla stessa panca, o qualcosa di simile. Grazie alla mia passione per l’arte e a tutti i libri che avevo divorato fin da ragazzino, intuii che poteva trattarsi di un ritrovamento straordinario… ma come potevo essere certo che Moreno fosse attendibile? Per il momento lo lasciai andare e poi mi gettai a capofitto nelle ricerche senza dire niente a nessuno. Ci mancava solo che alla mia prima occasione facessi una figuraccia con il Comandante Conforti e i colleghi per aver preso una clamorosa cantonata! La mia tenacia fu premiata: in uno dei manuali d’arte che consultai, trovai finalmente quello che cercavo. Ovvero l’immagine di un medaglione con al centro Giove stante, alla sua sinistra Giunone e alla destra Minerva, con asta nella destra e la sinistra appoggiata allo scudo. Di seguito trovai altre raffigurazioni tra cui un sesterzio sul quale comparivano le tre divinità allocate tra le colonne di un tempio! A questo punto ero gasatissimo e ne parlai con un collega, il maresciallo Tomassi, che fu d’accordo con me: se quella trovata a Guidonia era davvero la Triade, sarebbe stata una scoperta eccezionale. Da lì non ci fermammo più. Era iniziata l’Operazione Giunone (unico nome degli Dèi che ricordava De Angelis).

Nemmeno Moreno si era fatto fermare dal rifiuto di Casasanta di dargli altro denaro. Tornò più volte sul luogo dove avevano trovato il prezioso reperto, ossessionato da un’immagine precisa che aveva in mente fin da quel giorno: un piccolo frammento di marmo rimasto in mezzo al terriccio. Rovistò a lungo tra le macerie fino a che riuscì a trovarlo. Se lo rigirò tra le mani, ripulendolo… Sembrava il pezzo di un braccio, e quasi certamente si era staccato da una delle statue della Triade. Tornò subito alla carica con Casasanta, ma quello replicò senza scomporsi che era troppo tardi: ormai la statua, con o senza un braccio, aveva passato la frontiera da un pezzo. A quel punto Moreno perse la testa, disse che era stato interrogato dai Carabinieri e – mentendo – aggiunse che lui aveva tenuto la bocca chiusa. Ma solo per il momento. Se però Casasanta non avesse sganciato altri soldi, lui avrebbe vuotato il sacco!

Nel frattempo Tomassi ed io, con la supervisione del Comandante Conforti – che in questo frangente non era ancora troppo convinto della faccenda – tenevamo sotto controllo i tombaroli più attivi nella zona dell’Inviolata. Spesso questi criminali vengono descritti come personaggi pittoreschi e a modo loro romantici, ma si tratta di gente senza scrupoli spinta solo dall’avidità di denaro, e spesso in combutta con la malavita organizzata. Non solo sottraggono al patrimonio collettivo preziose opere d’arte che di solito finiscono all’estero, ma, scavando senza criterio, distruggono per sempre il contesto storico delle opere trafugate. Il primo tombarolo che pedinammo fu ovviamente Moreno, che ci insospettì subito per il suo andirivieni tra casa e il futuro parco dell’Inviolata. Non volevamo che capisse di essere seguito, quindi ordinammo ad una pattuglia di colleghi di allestire un posto di blocco in via Aurelia: dovevano fermare l’auto di Moreno come se si trattasse di un controllo di routine e avvisarci subito se avessero trovato a bordo qualcosa di sospetto, anche solo un sasso! La pattuglia controllò minuziosamente l’auto senza tuttavia trovare niente. Stavano per lasciare andare Moreno, quando un collega ebbe un’improvvisa intuizione. Tornò verso l’auto e aprì il cassettino del cruscotto, l’unico posto dove forse non avevano cercato a fondo: bingo! Da lì tirò fuori un frammento di marmo. Dopo pochi minuti eravamo sul posto.

(Fine prima parte)

Identikit di un mito (seconda parte)

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Rassegna stampa estratta dal volume a fumetti All’inseguimento della Triade Capitolina

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