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I furti nella chiesa di S. Maria in Castello di Tarquinia

Sul margine nord-occidentale dell’attuale città di Tarquinia, in una posizione di dominio sulla vallata del fiume Marta, si innalza maestosa la chiesa di S. Maria in Castello, con le sue absidi a filo della rupe ed inserite nel sistema difensivo.

 

L’edificio rappresenta, grazie alla sua imponente architettura, il simbolo della potenza economica e sociale di Corneto, antico nome dell’odierna città tirrenica.

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Il luogo dove questa magnifica attrice ruba la scena a qualsiasi altro protagonista è il teatro che ha visto le origini di Corneto, edificato su un precedente pagus romano con funzioni militari, che a sua volta si sovrapponeva ad un esiguo abitato etrusco; una stratificazione di insediamenti, quindi, che si sono succeduti nel tempo e che hanno sfruttato la posizione di dominio sulla valle e verso il mare.

A partire dal VI secolo d.C., proprio in questo luogo, quasi a sostituire il castrum romano, inizia la storia del castellum de Corgnitum, il nucleo originario della Corneto medievale e moderna.

Proprio qui, per tutto l’alto medioevo, tra le alte mura di difesa ed i primi edifici residenziali del castello, dove si accentrava il potere politico ed economico del primitivo insediamento urbano, è possibile rintracciare la presenza di un edificio di culto dedicato a S. Maria ad rupem, chiesa di dimensioni notevolmente ridotte rispetto alla attuale e per la quale si trovano esigue testimonianze nella documentazione archivistica.

Dopo l’anno Mille, anche a Corneto, così come nel resto d’Europa, si assiste ad una ripresa economica e culturale che ha condotto anche ad una maggiore richiesta di realizzazioni di nuovi edifici pubblici (civili e religiosi) che potessero accogliere la comunità per le attività sociali.

Nel 1121 iniziano, quindi, i lavori per la costruzione dell’edificio religioso più rappresentativo della città tirrenica, la chiesa di Santa Maria in Castello, in sostituzione della precedente Santa Maria ad rupem.

Per volere del popolo e delle alte cariche del governo cittadino si da il via ad un cantiere che avrebbe soddisfatto l’esigenza di creare un ambiente di prestigio, dove poter svolgere le cerimonie più rappresentative ed importanti, sia dal punto di vista religioso che politico.

L’impianto basilicale, ispirato agli esempi civili romani, con pianta longitudinale, tre navate separate da file di pilastri e tre absidi, ben si prestava ad assolvere alla funzione di accogliere un gran numero di fedeli e con questo schema le maestranze, sotto il diretto controllo del Priore Guido, iniziano i lavori proprio nel 1121, come è testimoniato dall’iscrizione su una lapide collocata all’interno della chiesa, accanto al portale maggiore.

Un cantiere che si è protratto fino al 1208, anno di consacrazione dell’edificio, e che ha visto, soprattutto per la realizzazione del pavimento cosmatesco, del pulpito e del baldacchino, la messa in opera di marmi di pregio provenienti dalla spoliazione di preesistenze etrusche e romane del territorio.

Una ricognizione delle fonti archivistiche (Archivio della Ex Soprintendenza ai Beni Architettonici e Ambientali per il Lazio) e bibliografiche ha consentito di ricostruire le vicende legate ai furti avvenuti all’interno dell’edificio tra il 1962 ed il 1965.

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Tarquinia, Chiesa i S. Maria in Castello, particolare dell’ambone cosmatesco (stato attuale)

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Tarquinia, Chiesa di S. Maria in Castello, interno. 1915-1920 ca., Archivio Alinari (Fondo Brogi), Firenze

Tra queste merita particolare attenzione l’asportazione delle quattro colonnine tortili dell’ambone e di quattro capitelli in deposito lungo la navata destra, avvenuta nella nottata tra il 27 ed il 28 settembre 1962.

Non ancora soddisfatti di queste prime asportazioni, gli ignoti continuano nelle loro attività criminose e dopo due anni tornano alla carica ed il 1 dicembre 1964, asportano la protome leonina di destra, collocata alla base dell’ambone.

L’anno successivo, nel mese di novembre 1965, è il turno di due colonnine e di altri elementi architettonici presenti nella chiesa ed infine, il 7 dicembre dello stesso anno, viene accertato il furto della protome leonina di sinistra, posta alla base del pulpito.

Interessante la lettura della relazione della Soprintendenza, con la quale si evincono le condizioni di precarietà della struttura a seguito delle asportazioni, soprattutto della seconda protome leonina: “Nel divellere la protome, il pilastrino che rinserra ed incornicia con motivo decorativo il pergamo, al di sopra della protome di sinistra, cadeva spezzando la cornice superiore dell’accesso all’edicola. Pure sul lato destro del pilastrino di rinserro, decorato come l’uguale di sinistra con motivo a foglia e recante incisa la data 1209, veniva smontato e deposto lì presso. Questi due pezzi, abbandonati insieme ad altri frammenti caduti nell’impresa e deposti ai piedi del pergamo, dovevano probabilmente anch’esse essere asportati. Dalla manomissione risultano danneggiate, allentate e in procinto di crollare tutte le altre parti del pergamo, di cui sarebbe opportuna cosa organizzare lo smontaggio ed il trasferimento temporaneo in deposito”.

(fonte: R. PRETE, La chiesa di Santa Maria in Castello di Tarquinia, la sua storia e i suoi restauri, in Bollettino della Società Tarquiniense d’arte e Storia, 1987)

Furti, probabilmente su commissione, evidentemente eseguiti o per soddisfare le richieste di mercanti senza scrupoli o per decorare ‘ville signorili’ di ignoti, che si sono protratti in un arco temporale in cui la chiesa era abbandonata a se stessa e che, purtroppo, hanno sottratto elementi decorativi di elevato pregio artistico, cancellando definitivamente parte della storia del monumento più significativo della città tirrenica.

 

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Ambone cosmatesco. Opera di Giovanni di Guittone, 1920 – 1930, Archivio Alinari (fondo Alinari), Firenze

 

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Ambone cosmatesco, particolare. Archivio Alinari (fondo Alinari), Firenze

 

 

 

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